La Storia

Poche e disparate sono le notizie sull’origine del Castello Baradello, che si vorrebbe far risalire alla dominazione Gallica, mentre numerosi sono coloro che vorrebbero attribuire a re Liutprando il merito d’aver fatto costruire questa fortificazione. Secondo un’altra ipotesi circa l’origine del castello, questo sarebbe stato costruito nel X secolo, probabilmente dal vescovo Vallone. Si tratta in ogni modo d’ipotesi e d’argomentazioni prive di prove concrete per essere accettate senza le dovute riserve. Uscendo finalmente dal campo delle ipotesi e delle induzioni Giuseppe Rovelli, seguito da Maurizio Monti, sulla testimonianza di Corrado da Liechtenau (sec.XII), abate Uspergese, riconobbe che la costruzione del Castel Baradello è opera di Federico Barbarossa, il quale dopo aver accordato per la prima volta la pace a Milano nel 1158, venne a Como, fece riedificare la città e sopra di essa “castrum construxit, muris et turribus munitum, quod Paratellum Teotonici vocant, ubi Mediolanensium declinare possit incursus et in praessidiis milites teutonicos collocavit”. Di fronte ad una si chiara ed esplicita testimonianza, di un cronista contemporaneo del Barbarossa, cade ogni altra ipotesi sulla vera data di costruzione del nostro castello, quale esso tuttora si vede, sebbene assai rovinato dal tempo e dalle vicende della sua storia.
Tale data inoltre è confermata dalle caratteristiche tecniche di costruzione che quei ruderi ancora presentano, caratteristiche proprie del secolo XII in cui l’arte della costruzione rivela già una notevole evoluzione nella sovrapposizione dei corsi o strati costruttivi e nella squadratura dei massi, lavorati a quattro fili e lasciati grezzi sulla faccia anteriore, come si vede anche nelle tre torri, quasi coeve, che s’innalzano sulle mura della città. La posizione del Baradello all’imbocco della strada proveniente da Milano e dominante un largo tratto della campagna che si stende verso quella città, costituiva un valido punto d’appoggio presso il popolo comasco. A giudicare dai ruderi che tuttora si vedono, il Castello era formato da una grossa torre quadrata, da un edificio per l’abitazione, detto palazzo, con annessa anche una chiesetta dedicata a S. Nicola, da due grandi cisterne per la riserva dell’acqua e da una doppia cerchia di mura. Nel secolo XII, secolo d’oro per la nostra libertà comunale, il Castello Baradello figura come elemento di primo piano nella vita politica di Como. Il neo comune, assicurate ormai le proprie rivendicazioni territoriali, accertati i propri poteri giurisdizionali, puntò i suoi sforzi sul proprio ordinamento dotandolo di sagge norme statuarie. Fra le molteplici disposizioni civili, penali e amministrative, di questi statuti, vi sono anche delle norme particolari che riguardano il Castello Baradello, ed altre generiche relative a tutti i castelli del distretto comasco, il cui esame ci sembra opportuno per farci un’idea della vita che si svolgeva fra le mura di quei fortilizi. Le norme generali riguardavano soprattutto i requisiti che bisognava avere per poter essere preposti alla custodia di un castello quali:

 
1) la cittadinanza comasca o almeno l’appartenenza alla sua giurisdizione.                                         

2) l’età oltre i 20 e inferiori ai 60 anni, i natali legittimi e la condizione d’uomo libero e incensurato.

3) nessuno di Varenna poteva essere nominato guardia di un castello.

4) la nomina del comandante a guardie delle torri e dei castelli non doveva essere fatta dal podestà, ma da elettori tirati a sorte nella credenza o consiglio decurionale del Comune.

5) nessun comandante poteva concedere a più di due guardie il giorno licenza di uscire dal castello e questo, solo in caso di vera necessità, con l’obbligo di rientrare durante la giornata.

 
Più particolareggiate erano le disposizioni relative alla custodia del Castello Baradello; infatti nel 1216 fu emanata quest'ordinanza: - che 12 buoni uomini legali e ricchi della città di Como,  Di Vico e Coloniola, fossero eletti a guardia del Castello per sei mesi e che tra questi dodici, due tenessero per sei mesi il comando della guarnigione -. Ognuno di essi, doveva avere una buona panciera di ferro e le altre armature convenienti. Durante la notte poi, tutti i dodici dovevano risiedere nel Castello e nella torre, mentre di giorno bastava ne restassero otto, con facoltà degli altri quattro di discendere dal castello, purché vi tornassero la sera. Ognuno di loro riceveva come stipendio trenta soldi di moneta nuova ogni mese; e non poteva essere eletto a far parte della medesima guarnigione, se non uno solo per parentela, salvo il caso di giusto impedimento.

 

Nel frattempo erano sorti nella stessa città nuovi fulcri di vita politica; la torre sopra il macello vecchio e quella in Piazza Allasca polarizzò le forze del nascente partito ghibellino dei Rusconi, mentre sulla Demorata convergevano le mire faziose dei Vitani. Ma quando fra i due partiti si scatenò una lotta senza quartiere, quando soprattutto questa lotta dall’ambito cittadino venne estesa a tutto il contado e Milano stessa, attraverso le aderenze delle sue fazioni, fu di nuovo interessata alla vita politica di Como, allora anche le funzioni di vigile scorta del Castello Baradello richiamarono l’attenzione del partito preponderante. Anzi nel 1277, quando la lotta civile raggiunse il suo culmine e nel Castello Baradello venne racchiuso Napo Torriani, col figlio Corrado detto Mosca, col fratello Carnevario e i nipoti Guido, Salvino, Lombardo ed Enrico, fatti prigionieri nella battaglia di Desio da Ottone Visconti, arcivescovo di Milano, alleato dei Rusconi di Como, il suddetto statuto venne sostituito con nuove e più rigorose disposizioni di vigilanza suggerite dall’emergenza.

I Rusconi vincitori, accecati dall’odio di parte e dallo spirito di vendetta, ottennero dal consiglio decurionale di Como l’approvazione di “super custodia carceratorum de la Turre. Consunto d’inedia Napo Torriani morì il 16 agosto 1278 e fu sepolto nella chiesetta di S. Nicola presso il castello medesimo. La stessa triste fine toccò in seguito a Carnevario e a Lombardo, mentre Guido fu lasciato fuggire dal carcere nell’Ottobre del 1283, Mosca ed Enrico furono liberati nel 1284, per dispetto contro Ottone Visconti e Simone da Locarno, da Lotario Rusca, d’accordo probabilmente con Guglielmo di Monferrato, capitano dei Rusconi e del comune di Como. Altra disposizione statuaria relativa al Castello Baradello, e a quelli di Chiavenna, Bellagio, Tresivio e Stazzona fu emanata nel 1292. In essa viene ribadito il principio che nessuno poteva essere nominato capitano dei suddetti castelli se non fosse stato comasco e non avesse almeno mille lire nuove in beni stabili e non prestasse la sicurtà di quattro mila lire a mezzo di quattro fideiussori nelle mani del comune di Como.

Nel 1294, quando Matteo Visconti, nominato da Adolfo di Nissau Regio Vicario della Lombardia, dubitando della fedeltà dei comaschi si impadronì di venticinque loro rappresentanti, convocati a Cantù, mandandoli in ostaggio a Milano. Così spargendosi la voce che egli intendeva chiedere anche la consegna del Castello Baradello, a Como scoppiò un tumulto, perché s’avvertì in quella voce una seria minaccia alla libertà comunale. In tale circostanza – dice Benedetto Giovio – la rocca fu guardata da dodici cittadini che si mutavano ogni settimana. La libertà comunale però, minata dalle discordie civili, non tardò molto a cedere alle mire espansionistiche dell’ambizioso signore di Milano. Como cessò allora di essere un comune autonomo e come sul dirsi, un comune stato, per divenire la provincia di un altro tipo di stato a base regionale. In virtù di questa nuova condizione politica tutti i poteri passarono nelle mani di Azzone Visconti il quale decretò la riforma generale degli statuti e diede un nuovo assetto ai luoghi fortificati. Vennero, infatti, da lui a rafforzare Porta Torre e Porta Nuova e costruita, nell’angolo nord-est della città, la cosiddetta Cittadella includendovi il castello della Torre Rotonda ed il Pretorio. Le fonti purtroppo non lo dicono, ma pare che allo stesso Azzone Visconti, o perlomeno alla sua epoca, si debba il sopralzo di circa otto metri fatto alla torre del Baradello e di due alla prima cortina di mura che lo circondano, come fu rilevato dal Giussani in occasione dei restauri eseguiti nel 1903. Infatti, mentre l’esame degli elementi architettonici della costruzione primitiva ci offre i caratteristici archi a tutto sesto dell’architettura lombarda, quello delle strutture posteriori offre quello dello stile gotico, il quale traspare nella parete interna della finestrella aperta nel lato di mezzo alla torre e si palesa poi più chiaramente nell’elegante porta d’accesso alla corte.

La riforma statutaria, voluta da Azzone, stabilisce che la custodia dei fortilizi, specie quelli della città, doveva essere fatta come voleva il signore e il consiglio decurionale. Dalla morte di Galeazzo Visconti (1402) mentre i suoi figli Gianmario e Filippo erano ancora impuberi, Franchino II Rusca approfittò per instaurare in Como una nuova signoria, risollevando gli antichi odi di parte fra Rusconi e Vitani, gettando nuovamente la città nella guerra civile e coi Visconti di Milano. Seguirono anni di devastazioni, stragi e incendi, finché nel 1416, Lotario Rusca , figlio e successore di Franchino, temendo la potenza di Filippo Visconti, gli cedette la signoria di Como con tutti i suoi fortilizi tra i quali sono specificati la Cittadella, il Castello della Torre Rotonda, quelli di Porta Torre e Porta Nuova, il Castello Baradello e quello di Tresivio in Valtellina, ricevendone in compenso 16000 fiorini d’oro e la nomina a Conte della Valle di Lugano. Da allora tutte le spese riguardanti le fortificazioni rimasero della camera ducale, compresi gli stipendi ai castellani. Nei successivi anni, infatti, i registri delle lettere ducali ricordano sovente le spese di manutenzione e riparazioni fatte da quella camera ai fortilizi comaschi ed in particolare al Castel Baradello. Così una lettera del 4 Luglio 1422 al podestà, referendario e capitano del lago di Como prescrive l’immediata confezione degli inventari delle munizioni esistenti nei fortilizi della Cittadella, Torre Rotonda, Porta Torre, Porta Nuova, Castel Baradello e Castello di Tresivio.

Il 23 Febbraio 1424, i maestri delle entrate ducali scrivono al referendario di Como a proposito dei lavori da farsi al Castello Baradello. Il 19 Novembre 1425, i medesimi maestri ordinano allo stesso Referendario di procedere alle riparazioni necessarie al granaio del Baradello, prelevando i fondi dalla camera ducale, ed il 18 Febbraio 1426 raccomanda che le riparazioni al castello, da farsi coi denari della suddetta camera, siano limitate al puro necessario. Nel 1447 quando i milanesi morto Filippo Maria Visconti, proclamarono la repubblica ambrosiana, i comaschi vi aderirono con entusiasmo e immediatamente smantellarono la cittadella. Nel 1449, mentre Francesco Sforza cingeva d’assedio Milano e i canturini molestavano i comaschi con continue guerriglie, questi fortificarono di nuovo la città e i sobborghi, soprattutto Porta Torre e il Bastione del Pasquerio, munendo le mura di 28 bombarde ed innalzando le acque del fossato che le circondava, moltiplicando le guardie alle porte, alle torri e al molo; collocarono inoltre un conestabile con 24 soldati alla custodia del Baradello, distribuirono armi e munizioni ai castelli di Nesso, Morbio, Tavernerio, Torre di Casnate, Civello e posero guardie a Castelnuovo e sul monte Goi per spiare le mosse dei nemici. Caduta Milano nelle mani dello Sforza il 26 febbraio 1450, anche i comaschi decisero di sottomettersi e mandarono degli ambasciatori al duca per trattare le condizioni. Da oculato principe, Francesco Sforza non solo non distrusse i fortilizi comaschi, ma li riorganizzò, affidandoli a ufficiali militari di sua completa fiducia e alla sua totale dipendenza. Tali ufficiali, denominati castellani, erano, quasi sempre ex militari di speciale competenza e, per segnalati servizi, meritevoli presso il duca. Generalmente restavano in carica sino alla morte ma in casi eccezionali, potevano essere rimossi a volontà del duca. Il loro stipendio gravava sul bilancio camerale e comprendeva anche le paghe da corrispondere ai soldati che dovevano assumere per la guardia del fortilizio. Il numero delle paghe era stabilito ovviamente dal duca e variava secondo le circostanze di luogo e di tempo.

Fra queste figurano spesso nei registri ducali delle paghe cosiddette morte che probabilmente il castellano non era tenuto ad impiegare nell’assoldamento, ma restavano perciò a suo beneficio. ll primo castellano del Baradello, nominato dallo Sforza il 19 aprile 1450, fu Giovanni de Ferrarsi con 30 paghe, comprese due morte, metà balestrieri e metà pavesieri, di tre fiorini ciascuna. L’8 maggio 1455 le paghe furono ridotte a sei compresa una morta. Il 17 Marzo 1467 fu nominato castellano Giovanni De Medici assieme al figlio Antonio con otto paghe di tre fiorini mensili comprese due morte, una per lui e l’altra per il figlio. Ai Medici successero il 3 Gennaio 1480, i fratelli Giovanni e Lorenzo Longagnana. Nel 1498 era castellano Pietro Paolo da Prato, che fu ucciso in quell’anno da un pazzo. A lui successero i figli Teodoro, Quirico e Francesco.

 

Il 3 Luglio 1525 fu nominato castellano Giovanni Pietro da Fontanella, sostituito il 15 Aprile 1527 per volere del Marchese del Vasto e Antonio de Leyva, luogotenente di Carlo V e Governatore dello stato di Milano con Ferdinando Carrera, a proposito del quale il giussani dà parziale versione di un inventario relativoall'arredamento del Baradello durante la sua castellania:

1) Nell’ingresso una tavola con due tripodi, una panca, un ometto di legno con due archibugi sprovvisti          di polvere e palle;

2) Nella stufa, munita di porta, una lettiera con un letto di circa trenta libbre, un paio di lenzuola ed una           coperta, una panca frusta, una marna da burattare…..

3) In un altro locale munito di porta, un panchetto;

4) Nella cantina, munita di porta, tre fusti di vino, contenenti circa 20 brente;

5) In due altri locali, privi di porta, nulla;

6) Nella casa del forno nulla;

7) Nel solaio, munito di porta, nulla;

8) Nella stalla, munita di porta, nulla

Nell’ottobre 1525 Como era occupata da Don Pietro Arias, inviato da Antonio de Leyva, con 200 spagnoli. Questi, nominato nel 1526 governatore della città, si accingeva a difenderla contro le forze alleate di Francesco I re di Francia, Clemente VII e i Veneziani che tendevano a rimettere Francesco II Sforza nel possesso del ducato di Milano; dopo l’arrivo in Italia del maresciallo di Lautrec con nuove forze dalla Francia (Agosto 1527), trovandosi gli spagnoli ridotti a mal partito, ricevettero l’ordine da Antonio de Leyva di smantellare i fortilizi comaschi tra cui il Castello Baradello, per impedire che cadessero nelle mani del nemico. Il castello, così smantellato, attesta il Giussani, passò con tutto il colle e i beni annessi in proprietà privata, ed in principio del 1600 ne troviamo in possesso i Monaci Gerolomini, dai quali nel 1773 fu trasferito alla nobile famiglia milanese Venino, la quale intorno al 1825 vi aprì il maestoso viale carrozzabile, che serpeggiando con flessuoso sviluppo sugli ameni fianchi del colle, circondato da ombrose selve e difeso da un’ininterrotta siepe d’odoroso lillà, adduce da S. Carpoforo alla vasta piazza del castello, al cui estremo di levante venne in quel tempo eretta la piccola torre esagonale che si propende sulla valle. Nel 1873 gli stabili furono acquistati dal Cav. Gabriele Castellini dal quale passarono per eredità alle nipoti Carolina e Teresa sorelle di Rimoldi.  

Nel 1903, “riconosciuta la necessità di riparare la torre dalle ingiurie del tempo e delle meteore che ne avevano minato l’esistenza, si costituì in seno alla cittadinanza un comitato il quale affidò la direzione artistica dei restauri all’ufficio regionale dei monumenti di Lombardia,nella persona dell’egregio Prof. Architetto Luigi Perrone e la tecnica all’ufficio Tecnico Municipale, nella persona del suo capo Ing. Vittorio Toccolini e dall’assistente Giuseppe Arrigoni”. Con il consenso della proprietaria “si procedette alla rimozione delle murature pericolanti e alla loro ricostruzione, agli escavi sul fondo della torre, con trasporto dell’alto strato di materiale accumulatovi da secoli, alla formazione dei solai interni, della scala interna d’accesso, della copertura,dello spalto di coronamento, della scaletta d’accesso al medesimo e da ultimo alla posa dell’asta ad uso portabandiera e di parafulmine”.  

Alla morte di Teresa Rimoldi (1927) per disposizioni testamentarie della medesima, che lasciò erede universale l’Ospedale Sant'Anna, la torre del Baradello con le relative adiacenze fu donata al comune di Como. Da allora esso rimase, quale ancora oggi lo vediamo, un rudere abbandonato sulla vetta del monte, ad assistere, qual penoso vegliardo, alle successive vicende della sottostante città, di cui è pur sempre considerato il simbolo più rappresentativo. Intorno a questo simbolo si sono cimentati coi loro pennelli  e coi loro bulini numerosi pittori della paesaggistica lariana e ad esso molti poeti hanno attinto ispirazione per le loro opere. Rimando, per i primi, il lettore alla vasta documentazione iconografica raccolta nel terzo e quarto tomo ’De antologia Larius”, pubblicata dalla Società Storica Comense, ci limiteremo a ricordare fra la letteratura del seicento i sonetti di Cesare Grassi (Il Castello Baradello, fortezza inespugnabile dell’inclita città di Como) e fra quella del settecento i versi dedicati al Baradello da Carlo Gastone della Torre di Rezzonico nel poemetto “L’Eccidio di Como” recitato dall’autore (1790) all’Arcadia di ROMA, e pubblicato, a cura di Francesco Mocchetti nella raccolta postuma delle sue opere (Tomo II, Como 1815, pagg. 135-170). Dell’ottocento ricorderemo l’ode “La Rocca del Baradello”, poema in terza riga di Cesare Spalla; “Su le rive del Lario”, poema di Carlo Magnico (Perugina 1887) in cui i più svariati argomenti, figura anche il seguente sonetto:

 

Baradello , che fai  su  quella  altura ?

Più non hai d’uopo di vegliar su Como!

Mediti forse ne la fronte oscura

rimedi al tempo che ti ha vinto e domo?

 

T’inchina, vecchio, sotto le tue mura

passa il Carroccio, vi trasporta l’uomo

sovra l’aque, sui monti e la pianura

a la vittoria d’ogni avverso gnomo.

 

Le pugne orrende, i roghi e Barbarossa

invan tu cerchi su la verde china,

d’Italo sangue già fumante e rossa:

 

C’ol fragor de’ telai da’l colle a’l piano

oggi de’l Lario la gentil reina

canta le glorie de’l lavoro umano.